o su alcune elucubrazini fintamente (dis)topiche parte 1
Il concetto stesso di entelecheia è qualcosa che non ho mai ben compreso: se fosse per me tutto sarebbe compimento.
Ma se per caso, un giorno, dovessi ritrovare tra le righe uno spettro di inaggirabile bellezza allora questo sarebbe certamente immaginativamente presentato quale scorta infinitesimale di diatribe storico-misticamente inaggirabili; surrealisticamente parlando, “ogni lasciata è perduta” solo a patto di intravedere, nella vita di ciascuno di noi, un telòs.
Che poi non ci sia è un altro paio di maniche ma stante questa meta-comprensione casistica, il fatto stesso di esistere non è di per sé una garanzia di successo.
Quel che nuoce a me, è qualcosa di
cattivo (nocivo in sé).
Scrive Nietzsche in Aurora e il senso è nientemeno che questo, ossia che stante il relativismo pulsionale, il concetto stesso dirimente di impossibilità vissuta fa il paio con quell’altra frase sempre di Nietzsche, ossia – Al di là del bene e del male – che:
Nel bel mezzo delle più strane esperienze interiori continuiamo ad agire allo stesso modo: plasmiamo immaginosamente la maggior parte di quella esperienza e difficilmente possiamo essere costretti a non assistere come «inventori» a un qualsiasi evento. Tutto ciò significa che fondamentalmente, fin da tempo immemorabile noi siamo abituati alla menzogna.
Ma di che menzogna si tratta se non di quella che sempre agiamo nascostamente entro di noi ogni qual volta eleggiamo il bene supremo a baluardo di ogni possibile facoltà di giudizio?
Che è poi lo stesso bene della morale <<del gregge>>, la stessa che in quest’epoca super-omistica nessuno rispetta (quasi più…).

